Ultimi scritti - velaleo

Ultimi scritti

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DISTANZIAMENTO ED ISOLAMENTO SOCIALE


Nell’immaginario collettivo, la vela è stata ai primordi  l’esaltazione della solitudine. I primi grandi velisti erano dei solitari come gli eremiti. Presso il grande pubblico sono state le gesta dei primi grandi velisti solitari ad avere sdoganata la vela come sport estremo, primitivo e quindi popolare. 

Un rilancio imprevisto verso la vela solitaria avviene oggi dalla considerazione che è l’unico sport a garantire il rischio zero del contagio da virus.

Il distanziamento ed isolamento sociale nell’acqua salata è la massima garanzia di un’asepsi totale e duratura.

Quella del velista solitario è una vocazione originaria che viene oggi esaltata dalla necessità di assicurare una tranquilla ed ascetica sopravvivenza.

Non mi esporrò più al ludibrio pubblico nell’offrire un libero imbarco od un imbarco “alla pari” diversamente inteso.

Farò il velista solitario per una libera scelta ovvero per una “libera conversione” ad una rinnovata religione, quella dell’eremita del mare.

Sarà una vita di stenti, piena di pericoli ma anche di soddisfazioni che mi garantirà però la vita eterna.

 
SONO UN GESUITA

Non lo sono, ma ho rischiato di diventare un prete gesuita. E magari contendere il soglio pontificio a Papa  Bergoglio, il primo papa gesuita della storia. Ma questa è un’altra storia.
Mi son ricordato del mio passato pretesco, dovendo parlare della mia ...carriera militare, perché quello dei gesuiti è l’ordine religioso più “militare” (Sant'Ignazio di Lojiola, il fondatore dell'ordine, era un soldato). Si’, ho fatto il militare quando era d’obbligo la leva militare. Sono stato un ufficiale dell’Aeronautica (Sottotenente di complemento), ma avrei voluto assolvere tale obbligo arruolandomi in Marina, peccato che allora l’arruolamento prevedesse almeno 24 mesi.
Mi sentivo più marinaio che aviatore, perché era l’epoca in cui iniziava la mia passione per le barche a vela ed il mare.
Ma mi sentivo comunque un soldato nell’intimo. Per l’impegno militaresco che mi è stato inculcato in 10 anni di frequentazione in una scuola di gesuiti. Un impegno di vita che mi accompagnò e...facilitò nella mia carriera professionale.
Primario a 27 anni e Direttore a 30, forse solo un mostro di intelligenza e bravura poteva raggiungere simile exploit. Al contrario, sono convinto di non averlo del tutto meritato questo successo. A meno che qualcuno, conoscendo il mio passato gesuitico, mi volesse considerare un predestinato a grandi imprese. Ma fin da bambino mi consideravo uno degli ultimi, condannato ad un’esistenza grama e precaria. Malaticcio, fui oggetto di attenzioni e protezioni fin dalla nascita. Ed appena raggiunta l’età scolare, credevo d’essere destinato, come massima aspirazione dell’ambiente contadino da cui provenivo, ad una modesta e nascosta carriera ecclesiastica.  Riuscii a perdere anche questa opportunità, tanto agognata da mia madre, segnando così uno dei primi e più cocenti insuccessi: fui bocciato, dopo lunghi anni di seminario, all’esame di vocazione sacerdotale.
Nemmeno il prete ero in grado di fare. Forse almeno il missionario laico: come studente di medicina cercai infatti di ipotecare l’esercizio della mia futura professione destinandolo in un lontano e sconosciuto paese dell’Africa. Appena laureato sceglievo poi Psichiatria, la specialità medica più negletta e meno prestigiosa, quella che mi avrebbe condannato a vita in manicomio, forse non solo professionalmente. Le scelte della mia vita erano sempre ispirate più che da altruismo, da un insano ed innato nichilismo. Non brillavo per i miei successi, semplicemente mi  nascondevo in una “aurea mediocritas” che fu scambiata per umiltà ed innocuità. Fu più per questo forse, e non solo per merito, che inaspettatamente riuscì a spuntarla in un ambiente tra i più competitivi e litigiosi, quello medico. Ben presto (troppo presto) fui così investito  controvoglia di incarichi direttivi di massimo livello che segnarono la mia fortuna, ma anche la mia condanna. Come un bambino che ha dovuto crescere in fretta, ma che non ha potuto vivere la propria giovinezza, condannato com’era a fare l’adulto anzitempo.
E che dire della mia vita sentimentale?
Tramontato il celibato, cui ero inizialmente destinato, dovetti accettare una donna, la prima, che non fosse troppo donna secondo gli standard allora in voga e che somigliasse in tutto e per tutto a mia madre, che mi avrebbe voluto prete.  Una donna forte e direttiva nei riguardi della quale io avessi potuto perpetuare il mio sentimento di inferiorità ed inadeguatezza nei confronti non solo del genere femminile, ma anche quello nei confronti di tutto il genere umano, ma che mi ha dato tre figli e, a scalare, cinque nipoti.
E fu per questo che, cresciuto troppo in fretta, o non cresciuto affatto, abbandonai, sempre anzitempo, la professione e forse la famiglia per dedicarmi, almeno nelle intenzioni, ad una vita disperata tra i “disperati” dell’epoca moderna. Mollare tutto per l’ultimo  viaggio con il giro del mondo in barca a vela. Il mezzo più lento, scomodo ed insicuro. Fallii anche questo “ultimo” atto eroico. Attraversato l’oceano (il primo) me ne tornai vigliaccamente in aereo.
Fallito come velista, come medico e come uomo. O no?
P.S.
No, è una chiara provocazione questo paradossale resoconto di una vita  che è stata in realtà  piena e soddisfacente in tutti e tre i citati versanti.
Voleva essere un modo inusuale per presentarmi : sono o non sono “il pensionauta folle” ? (il mio ultimo libro, Il Frangente editore)
 
 

La vela  dei disperati


Mi son chiesto spesso se chi va a vela lo faccia per aspirazione o per disperazione.

Questo dubbio amletico tormenta anche il sottoscritto. Prima di partire ogni primavera per il mio semestre sabbatico velico mi chiedo se lo faccio per scelta o per una specie di condanna interiore.

Mi capita anche di ospitare a bordo persone più...disperate di me. Il giovane diciottenne appena diplomato che, volendo sfuggire alla condanna di dover iscriversi all’università e seguire un percorso di vita obbligato, chiede di dedicarsi alla vela come “scelta” di libertà.

Il disoccupato o cassaintegrato che non aspira nemmeno d’essere integrato o reintegrato nel mondo del lavoro e vorrebbe continuare a barcamenarsi con me. Ho avuto anche “allievi” che dopo essere stati con me si sono dedicati quasi a tempo pieno alla vela agonistica. 

La persona che ultimamente mi ha più colpito e sorpreso (piacevolmente) è Michele.

Un ingegnere in carriera che è stato folgorato (come SanPaolo sulla via di Damasco) da una conversione alla vita essenziale. Si è licenziato dalla ditta presso cui lavorava, ha venduto casa, auto e tutti i suoi averi. Ha regalato tutti i suoi vestiti alla Caritas ed 

è venuto in barca con me  (la sua prima volta in barca a vela) con il chiaro proposito di mollare tutto e partire per il mare infinito.

Nell’introdurlo ai primi rudimenti della vela, l’ho studiato bene durante tutto il mese che è stato con me. Non era un disperato. Anzi, trasudava serenità e rappacificazione con se stesso e gli altri. Gioviale e socievole contagiava chiunque per la sua tranquilla sicurezza e consapevolezza nel voler fuggire dal mondo civile. Senza che fosse una fuga ma una scelta di vita lungamente maturata. Quasi una scelta mistica di pace interiore, che non veniva minimamente scalfita dai nostri tentativi di riportarlo alla ragionevolezza della gente comune.

Ed è partito due anni fa. L’ho rivisto qualche giorno fa nel suo primo fugace rientro in patria. Per entrare nel mondo dei...”disperati” ha seguito il mio consiglio di farsi trovare a fine novembre a Las Palmas De Gran Canaria in occasione dell’annuale partenza dell’ARC ATLANTIC. Trovò infatti lì il suo primo armatore giramondo.

Mi ha fatto un sintetico resoconto della sua vita avventurosa nel mar caraibico e dintorni. Key West, Cuba, Haiti, Jamaica, Colombia, Nicaragua, Panama, Puertorico, Virgin Island, Antille, Martinica, ecc.

Non l’ho rivisto minimamente pentito della sua scelta di vita, anzi confermato e confortato  con ancor maggior tranquillità. Provato ma felice d’aver dovuto superare talora prove estreme, ha mostrato quasi commiserazione nei nostri riguardi perché rimasti a languire nel ...mondo civile.

 

IL PENSIONAUTA FOLLE

Una Premessa personale, molto personale


"Radical chic con barca a vela", in questi termini nei giorni scorsi è stato connotato negativamente un noto personaggio politico.

Avendo anch'io una barca a vela, spero di rappresentare un modello ai suoi antipodi.

Nato nella bassa Pianura Padana da una famiglia di agricoltori, la mia prima esperienza acquatica, in tenerissima età, è un naufragio nelle gelide e notturne acque del fiume Adige. Vengo salvato con una rete da pescatore.

Un trauma infantile che mi segna a vita nel mio rapporto con ogni elemento liquido, fiume, lago, mare.

Neolaureato in medicina, il mio primo paziente mi regala riconoscente una deriva in legno autocostruita, con le vele ancora in cotone. Con questo improbabile mezzo nautico inizio spavaldamente la mia esperienza velica, guadagnando prima il lago poi il mare... sempre senza saper nuotare.

La mia folle passione per la vela nasce così, fortuitamente, come una sfida alla paura infantile verso l'acqua. Sarà il vento il più grande alleato in questa sfida. Lui che   da decenni ormai fa volare sull’acqua la mia barca, danzando pericolosamente senza fine con la mia paura, mai del tutto sopita.

La mia improbabile carriera velica, così com'é iniziata, progredisce curiosamente in parallelo con quella professionale, per la complicità di una serie di fortuite coincidenze.

Vengo chiamato a lavorare nel manicomio (si chiamava ancora così) di Gorizia, al confine con l'allora Iugoslavia.

La mia iniziale perplessità nell'accettare un incarico così lontano, ai margini della mia terra veneta, viene superata solo dal fatto che nel golfo di Trieste, regno della Bora, ho frequentato qualche anno prima un corso per derive a vela in una delle due scuole residenziali allora esistenti in Italia, la Tito Nordio di Monfalcone.L’altra era quella di Caprera.

Mi trasferisco così a Gorizia , a venti minuti da Monfalcone e dallo splendido golfo di Trieste, con  la mia insolita deriva sul tettuccio dell’auto. 

Il lavoro come psichiatra procede bene, mentre il manicomio si trasforma in Ospedale Psichiatrico e poi in Centro di Igiene Mentale. Posso permettermi ora il mio primo cabinato a vela, un usatissimo 6,70 metri acquistato da un tedesco. Paloma il suo nome. Per dieci anni il mio limite di navigazione resta il golfo di Trieste e l'Istria occidentale.

Prime gioie e molti dolori: visita della Guardia di Finanza in quanto "ricco proprietario di yacht" e autoaffondamento della Paloma nel porto di armamento (Sistiana) per lo scorretto montaggio della pompa di sentina. Questo mio primo cabinato a vela mi provoca  poi pericolosi contatti ravvicinati sia con il Codice Civile che con quello Penale.

Nonostante le sue molte  traversie, quella prima barca, come le successive, credo mi abbia salvato dalla schizofrenia.

Esausto per il lavoro con i miei matti, spesso fuggivo con la mia barchetta, anche solo per una breve uscita in solitario. Riacquistavo magicamente una più sana e vitale visione della realtà. Come se solo al largo potessi ritrovare il necessario senso della prospettiva.

Una promozione  mi permette l'acquisto di un 24 piedi, (alias 8 metri). la Columbia, anch’essa di seconda mano (il lavoro di psichiatra è sempre stato il più malpagato nella sanità pubblica). Le mie barche saranno sempre di seconda, terza mano e anche più. 

Con la Columbia posso finalmente lasciarmi a poppa la costa istriana e attraversare il Quarnaro fino a Lussin Piccolo. Non più in là, perché I miei giorni di ferie non bastano…e neppure la barca.

 Arrivo all'apice della carriera: direttore dell'Ospedale psichiatrico provinciale di Gorizia e poi coordinatore del Dipartimento di salute mentale. A questo punto posso permettermi addirittura un 35 piedi (alias 11 metri) , per arrivare fino a Spalato e all'isola di Hvar.

C’è però un'improvvisa battuta d'arresto nella progressiva conquista del fatidico metro in più, croce e delizia di ogni navigante: un cancro, che nei tempi andati non avrebbe lasciato scampo, ma che grazie al progredire della scienza medica mi permette di sopravvivervi finora, da trent'anni ormai .

Dopo questa forte esperienza ho avvertito l'esigenza di voltare pagina e tornare a casa, nel "mio" Veneto.

Avevo in effetti  avuto in precedenza alcune occasioni per rientrare, anche con proposte di prestigio. Ho sempre rinunciato al pensiero di dover abbandonare la mia barchetta nel porto di Sistiana, così comodo a pochi chilometri dall’ospedale e da casa. 

La malattia mi apre gli orizzonti, ma mi fa desiderare al contempo il recupero delle radici. Mi trasferisco così a Padova, la città da cui ero partito.

Tra i benefici secondari l'esperienza del cancro annovera quello di avermi fatto scoprire inaspettatamente il piacere di scrivere su argomenti non professionali. Mi ritrovo scrittore, con un romanzo autobiografico sulla mia malattia. 

Da allora non pubblico più nulla di psichiatria, scrivo solo di vela, su riviste del settore e sui blog  di circoli velici. In ogni caso devo prendere atto che la mia voglia di voltare pagina non si è esaurita con un semplice trasferimento.

Mi convinco di aver già dato abbastanza alla famiglia, con tre figli laureati e alla società, con trent'anni di frequentazione ravvicinata della la malattia mentale (...degli altri?).

Voglio coronare il sogno proibito di ogni velista: il giro del mondo.

Chiedo e ottengo il pensionamento anticipato a cinquantasette anni, quando generalmente un medico, all'apice della propria carriera e in una sede prestigiosa come la città di Padova, mette maggiormente a frutto, professionalmente ed economicamente, tutta la sua esperienza.

L'indomani mi trovo già a Las Palmas, dove un amico armatore mi aspetta per la regata dell'ARC, che ogni anno alla fine di novembre raccoglie alle Canarie tutti quelli che vogliono andare dall'altra parte dell’Atlantico in compagnia.

Siamo nel 2001, l’ultimo anno della lira; due mesi dopo l'11 settembre sconvolgerà il mondo. E io  parto con un robusto 57 piedi che, una volta testato positivamente in Atlantico, avrei acquistato per proseguire l'around the world.

Viceversa, dopo aver faticosamente raggiunto l'isola di Guadalupa ed essermi barcamenato nei Caraibi per qualche settimana, rinuncio all'acquisto di quell'imbarcazione o di una simile, rinuncio a completare il giro del mondo e torno a casa, vigliaccamente, in aereo.

Dopo aver fallito il giro del mondo raggiungo un compromesso con me stesso, la mia famiglia e la mia professione: sei mesi in barca e sei mesi di rinsavimento borghese. Fifty-fifty.

Finalmente, ricco dell'indennità di fine servizio, acquisto prima un 43 e poi un 47 piedi, l'attuale, con cui ogni anno navigo in lungo e largo il Mediterraneo.

Non sono sicuro d'aver superato il panico infantile verso l'elemento acqua, non sono sicuro nemmeno d'aver imparato a nuotare. Certamente ora so che ogni barca è culla e alcova, madre e amante e il mare, Mediterraneo o Oceano, é padre e amico.

 

POLIZZA sanitaria esemplare

Nella risposta che mi è stata inoltrata, mi viene confermato quanto è stato chiaro fin dall’inizio nella gestione (disastrosa) del “sinistro”.

La polizza, ora lo so, non prevedeva la copertura dell’emergenza sanitaria (l’unica che mi interessava e che avevo esplicitamente richiesto alla stipula della polizza), ma la demanda al “pronto soccorso locale”. Mi trovavo in un’isola sperduta della Croazia senza alcun ausilio sanitario. Alla richiesta di essere trasportato urgentemente a Spalato (lontana circa 15mg) mi è stato risposto di organizzarmi in proprio. Non ho trovata alcun motoscafo veloce disponibile. L’unica soluzione era l’aerotrasporto, nemmeno preso in considerazione dalla centrale operativa, la quale si è dichiarata impossibilitata ad organizzare qualsiasi intervento d’emergenza. La gravità della mia situazione veniva certificata dal sottoscritto con autodiagnosi documentata ( io sono medico ed avevo a disposizione uno sfigmomanometro elettronico ed un elettrocardiografo portatile). Viaggiavo in barca a vela ed ero dotato di un’attrezzatura medico/chirurgica per l’emergenza.

Fortuna volle che si trovasse nell’isola come turista un illustre cardiologo di Parigi che provvidenzialmente ha risolto brillantemente, con mezzi propri ( trinitrina ed adalat sublinguali), il mio grave episodio ipertensivo ( mai avuto in precedenza).

Scandalosa è stata anche la gestione successiva del “sinistro”.

Risolta l’emergenza chiedevo d’essere sottoposto, senza più una particolare urgenza, a visita cardiologica . Mi si inviava ad un Pronto soccorso di un ospedale pubblico. Vi sarei potuto andare tranquillamente come cittadino europeo con il normale tesserino sanitario, senza alcuna copertura sanitaria integrativa. E dalla vostra centrale operativa infatti fui invitato a presentarmi presso detta struttura sanitaria dotato di detto tesserino.

L’ospedale cui sono stato indirizzato scopersi non essere quello attrezzato di pronto soccorso, percui dovetti personalmente cercarne un altro. Attesi una giornata intera in pronto soccorso, ma , come avviene anche nei nostri ospedali pubblici, se vieni in Pronto Soccorso con i tuoi piedi ed in taxi, non vieni preso in seria considerazione. Infatti, giustamente, mi son visto precedere da una popolazione sofferente molto più grave di me ( una sessantina di persone). Alla fine della giornata vi rinunciai e chiedevo alla vostra centrale operativa d’essere indirizzato direttamente ad un cardiologo privato, che dovetti cercarmi personalmente in quanto  vi dichiaraste incompetenti ad aiutarmi.

Eseguita consulenza cardiologica fui largamente rassicurato sulla mia situazione tanto che potei proseguire per due mesi la crociera con la mia barca a vela.

Non chiederò alcun rimborso delle spese sostenute, ringraziandovi anche per aver adombrato in chiusura della vostra che potrei non averne diritto...per patologia pregressa.

La signorilità non vi manca.

Cercherò in tutti i modi di pubblicizzare il vostro comportamento indegno, affinché non capiti ad altri, come a me, che venga promessa un’assistenza sanitaria  “speciale” e che poi al momento della necessità si escluda ogni intervento urgente e si invita il malcapitato a presentarsi in un normale Pronto Soccorso di un normale Ospedale pubblico con il proprio tesserino sanitario. Chiunque vi avrebbe pensato senza bisogno di stipulare una polizza sanitaria ad hoc.

 

 

I PIEDI PER TERRA


"Torna con i piedi per terra" . È il ritornello che sente ripetersi chi "ha testa per aria". 

E chi i piedi, e non solo, vuole tenerli in acqua?

Dopo la batosta subìta l'anno scorso in Grecia (la perdita del timone), quest'anno ho avuto una pausa di riflessione. 

Questo per dire che nella stagione che volge al termine mi son limitato a navigare  in  Croazia.

Problemi familiari e problemi ... editoriali (incontri di promozione del libro) mi hanno tarpato le ali, ma anche spinto a meditare sulle nostre epiche imprese.

Mi trovo ad essere provocatoriamente dissacrante nel presentarmi in pubblico  ai miei  "venticinque lettori".

Sarei sopravvissuto a ben tre naufragi e sarei, come velista, un fallito ed un vigliacco (per aver rinunciato a completare il giro del mondo a vela).

Non rinnego certo la mia passione velica, ma talora sono insofferente a come si presenta la popolazione di navigatori nei "socials", in certe riviste specializzate e nella grande stampa.

A migliorare l'immagine pubblica dei velisti abbiamo poi avuto recentemente quel parlamentare che giustificava il suo assenteismo in aula con la nota infelice espressione "io la politica la faccio in barca".

Combatto una certa epopea e prosopopea presente nel nostro mondo.

Rivendico per noi velisti la poesia delle navigazioni d'altura con il loro fascino degli orizzonti infiniti, Rivendico per noi l'estasi nelle nostre andature di bolina stretta.

Rifuggo da un certo compiacimento "culturale" dell'andar per mare, di chi magari in mare non ci va.

Console del mare, Educatore, Cultore e Narratore del mare, questi sono alcuni "titoli" di cui qualcuno, da terra si fregia.

Una nostalgia infinita provo quando vedo uscire in flotta i nostri bambini con gli optimis.

Che siano solo loro a "Sentire" il vento ed il mare, in purezza di cuore e di spirito?

 

MOLLO TUTTO


Una mitologia della barca a vela, da sfatare ?

Il mondo della Vela rappresenta un simbolo di libertà e di liberazione d'ogni vincolo terrestre e  vorrebbe librarsi in una dimensione eterea,  sospesa tra acqua ed aria, tra la crosta terrestre e la volta celeste.

Talora però può nascondere umana miseria e povertà.

Nella stagione autunnale ed invernale il velista va in depressione, a meno che non emigri nei paesi caldi. A novembre infatti parte dalle Canarie, l'ARC, la regata...non competitiva di chi vuole svernare ai Caraibi. Chi vive tutto l'anno in barca del suo lavoro (charter) a primavera tornerà, riattraversando l'atlantico da ovest ad est (un ritorno più impegnativo dell'andata). Chi invece potrà vivere in barca anche senza guadagnarsi da vivere continuerà a navigare o ad abitare in barca in altri mari. Magari passando dall'atlantico al pacifico e via navigando.Costoro sono quelli che hanno "mollato tutto", magari giurando di non tornare più ....nella civiltà di chi timbra il cartellino ogni mattina.

Ne ho conosciuti di questi giramondo, di questi nomadi o zingari del mare, ne ho letto (e ne sto leggendo) le gesta.

Joshua Slocum e Bernad Moitessier sono stati i mitici pionieri, i più romantici, della circumnavigazione del globo in solitario. Molti ne han seguite le orme, talora non da solitari e senza un  Around The World, ma zigzagando di qua e di là.

Anch'io  sognavo d'essere uno di loro ed in parte, solo per alcuni mesi all'anno, ne condivido lo spirito e cerco di emularne le imprese, nel mio piccolo.

È un po' il sogno di tutti, evadere e vivere di niente (del pescato magari) e di tutta la libertà e la poesia possibile.

Se si rimane nei nostri mari, però, per godere dei pochi minuti di bolina stretta, il vento bisogna andarselo a cercare...soffrendo con lunghe smotorate.

Per fortuna che la barca, anche  quella a vela, sta sul mare e nel mare c'è vita e nel mare e del mare  si vive.

Pure in Italia si può portare la propria residenza sulla barca. Ma anche senza trasferirvi la residenza, è la notizia di questi giorni, si  pagherà l'Imu e la Tari come una qualsiasi unità abitativa, magari come seconda casa....ed addio ogni poesia.

Capirete che la tentazione di fuggire è sempre più stringente.

Dire basta, mollare gli ormeggi, partire e sparire.


 


La SERENISSIMA


Nella precedente new ho dissertato su di chi ha la "testa per aria", i piedi per terra, i piedi in acqua.

Nella  simbologia  di alcuni gonfaloni del Leone di Venezia, i tre elementi (aria terra acqua) sono raffigurati insieme: il Leone è Alato, poggia i due piedi anteriori sulla terra, quelli posteriori sul mare.

La Serenissima, originariamente Stato da mar o "Stato marittimo" (che si sviluppava solo su isole e coste) diventa anche terrestre con l'espansione dei propri Domini di terraferma. I veneziani, originariamente solo mercanti e navigatori, diventano poi anche agricoltori e proprietari terrieri.

Ricordo ai triestini che anche Il Golfo di Trieste si chiamava Golfo di Venezia, ai tempi in cui la Repubblica Marinara di Venezia inglobava anche la costa orientale (Istria e Dalmazia).

Questo preambolo storico-geografico mi serve per confermare che un "barcaro" non può sviluppare la sua attività e felicità solo sul mare

I veneti attuali  (come gli attuali giuliano-veneti) dovrebbero far tesoro della millenaria civiltà della Serenissima: saper vivere e conciliare lo spirito del mare, la sua libertà, fantasia e avventura con quello della terra, la sua fecondità, progettualità e speranza.

Indulgo in questi discorsi perché le navigazioni primaverili/estive stanno per finire ed il freddo(?) autunno/ inverno è alle porte.

Noi del nordest (dopo la Bernetti e la  Barcolana) metteremo tra poco in disarmo le nostre imbarcazioni.

Altrove godono di una stagione velica più lunga, non solo quelli del sud, ma anche quelli del nord ovest. 

Basti pensare al mare dell'altra importante Repubblica Marinara (con la quale quella Veneziana era spesso in conflitto) quella di Genova. Conosco amici delle Riviere di levante e di ponente che continuano a navigare  d'inverno godendo di un clima più mite del nostro.

Noi prepariamoci a soffrire...con le nostre barche inchiodate all'ormeggio in acqua o legate a secco sulle invasature.

Ma quella invernale è la stagione della programmazione futura (oltre che della manutenzione).

P.S.

Una curiosità. Nella recente ridistribuzione territoriale della Sanità Veneta, quella che era l'Assl di Venezia si chiamerà l'Assl della Serenissima e comprenderà non più solo la Venezia lagunare ma anche un ampio territorio della terraferma. Un ritorno alle origini ?

 

IN PRIMAVERA SI RIPARTE


Per il diportista l'inverno è un periodo di disarmo e letargo. 

Per il velista regatante magari no.

Ma per noi, velisti non agonisti, la primavera segna il nostro risveglio ed il riarmo delle nostre barche. In realtà nel passato inverno ho interrotto il lungo letargo con una ricca, anche se breve,  parentesi ...oceanica.

Ma la nostra vera stagione è quella estiva, per cui in primavera si riparte. Pasqua, 25 Aprile, Primo Maggio. Sono gli usuali primi tre appuntamenti per collaudare le attrezzature della barca e la nostra volontà di ripartire.

Naturalmente dopo le rituali manutenzioni di primavera. Per me  incredibilmente semplificate da due anni, da quando batto la bandiera della Capitale Europea e da quando ho dotato la carena della mia barca di una  antivegetativa a durata pluriennale. 

All'insegna della massima semplificazione: dev'essere l'età e/o l'esperienza.

Fare  carena per me non è più un problema di stato...devo solo tenere in sospensione l'imbarcazione per alcune ore per un robusto  idrolavaggio e la sostituzione degli anodi sacrificali .Per il resto devo tenere sotto controllo le scadenze delle dotazioni di sicurezza (quelle poche previste dalla normativa Belga) e nessun'altra incombente burocrazia, Non più visite dell'Ingegnere del Rina !

Trovo come sempre qualche piccolo problema elettrico od elettronico all'impiantistica ed alle strumentazioni e via , si riparte. Disgraziatamente mi son dotato di troppi gingilli che soffrono il salmastro e che richiedono la dovuta attenzione , ma tant'è , quando funzionano danno tante soddisfazioni. Cito solo gli ultimi: pannelli solari, generatore eolico, dissalatore, potabilizzatore.

All'insegna dell'autosufficienza energetica ed idrica. 

Per la navigazione limitata che prevedo per la prossima stagione  potrebbero sembrare esuberanti , ma non lo erano per quelle degli anni passati e non lo saranno per gli anni venturi.

 

Dito indice mano sinistra


È la seconda volta che la barca mi fa del male, sempre e solo quando si trova sicura sull’invasatura (sui trampoli, secondo un’espressione da me preferita).

La postura più innaturale cui si possa condannare una barca a vela.

Per questo ho sostenuto l’altra volta (mandato in neurochirurgia per trauma cranico), e lo confermo ora (in chirurgia plastica per amputazione 1/3 distale indice mano sinistra), che la barca (femmina vendicativa) deve avermi punito, ancora una volta, per non averla lasciata a dondolare ed a gongolare nel suo elemento più consono.

Per reagire a questa mia paranoia mi sono imposto un pensiero  positivo: finalmente potrò lucrare di una mia vecchia polizza infortuni. Con l’indennizzo che mi spetterà potrò magari cambiare barca.

Sono un inguaribile sognatore sulla generosità delle nostre Compagnie assicuratrici, nonostante una recente disillusione in merito.

Il mio dito monco vale, monetariamente, molto meno delle spese che dovrò sostenere per l’ hivernage  della barca in cantiere. 

La domanda sorge spontanea: vale troppo poco il mio dito o vale troppo la mia barca ?

Una domanda senza risposta, nessuna che io voglia accettare.

Il valore di una barca a vela va ben oltre il suo valore monetario. 

Esiste una pervicace sublimazione della nostra insana passione velica. Altrove  ho già disquisito sul valore e sull’investimento simbolico che noi, velisti, operiamo, inconsapevolmente o no, del nostro andar per mare. 

Un investimento che non ha misura. 

Basterebbe pensare ai pazzi che ora stanno facendo l’ Around the word, in solitario,  con barche di cinquant’anni fa, senza scalo, senza assistenza e senza attrezzatura elettronica. L’epoca di Chichester e di Moitessier, per intenderci, epoca eroica e “romantica” per antonomasia.

Un misto di romanticismo e di follia in cui il sentimento e l’anelito di libertà non ha confini né limiti.

Perché mai anche noi, vecchi acciaccati e mutilati, sogniamo di emularli con sogni proibiti che non riusciamo a tacitare?

 
 

È TORNATA
 

É voluta tornare, nonostante se ne fosse andata l'ultima volta accompagnata dagli scongiuri dell'intero equipaggio (maschile).  Tutti i maschietti avrebbero giurato che quella donna portava sfiga: nei suoi 15 gg. di permanenza a bordo troppi erano i guai accumulati tutti insieme.

Ho accettato che tornasse perché accompagnata da un bel fustone che si  dichiarava molto  navigato. Avrebbe annullato la sfiga adesa a quella donna.

La vediamo arrivare con due ombrelli, una tunica verde, un asciugacapelli,un aspirabricciole a 220volt, un ferro da stiro, un set completo per manicure e pedicure, un casco di banane per il suo fabbisogno giornaliero di potassio. Tutti elementi che i marinai da tempo associano alle maggiori disgrazie a bordo.

Purtroppo devo anch'io, inizialmente incredulo, confermare le millenarie superstizioni legate a tali indizi. Ah, dimenticavo, dovemmo anche partire di venerdì. 

Avendola dovuta aspettare qualche giorno,  l'opera viva della barca si ricopriva di denti di cane e mucillagini . Era già di cattivo aupicio. Ho consumato due bombole per ripulire lo scafo in immersione.

Il dissalatore, appena revisionato dalla ditta costruttice va in avaria il primo giorno. Nella prima settimana l'avvolgifiocco si rompe due volte. Il miscelatore della doccia di poppa improvvisamente viene sputato fuori dal suo alloggiamento. Il teck della coperta appena rifatto va a liquefarsi. Salta una presa a 12 volt.

In compenso la donna si riscattava in cucina. La sua specialità: pollo arrosto con peperonata senza peperoni.

Il disastro più grosso si preannunciava all'orizzonte. L'avevo incaricata, improvvidamente, a riempire il serbatoio d'acqua di prua. Lo riempiva tanto da farlo scoppiare e riversare tutto il contenuto nei gavoni, anche in quello contenente il motore elettrico dell'elica di prua che  risultava subito fulminato. Una notte insonne al pensiero di quante migliaia di Euro mi sarebbe costato quel danno che sembrava irreparabile. Nella mia disperazione permisi che "quella donna" sottoponesse la delicata strumentazione ad un singolare trattamento. Per una notte intera lasciò acceso il suo prezioso phon (supersonico e digitale) nel vano dell'elica di prua (Bow-thruster).

La mattina dopo avremmo dovuto divincolarci da un ormeggio  che risultava imprigionato  tra smisurati "ferri da stiro" in una marina con pontili tra loro paurosamente ravvicinati. Impartisco all'equipaggio le istruzioni per tentare il disormeggio che sembrava  disperato senza l'ausilio dell'elica di prua.

Accendo il motore. Appena partito, in automatico, attivo anche l'elica di prua che, incredibilmente, sento subito funzionare.

D'ora in poi, contravvenendo ai miei principi,  raccomanderò alle signore che saliranno a bordo di equipaggiarsi dei loro più potenti asciugacapelli.

 

EQUIVOCO CON UN OSPITE
(lettera di risposta ad una richiesta "danni" di un ospite)

Egregio Signor....

È con  incredulità e rammarico che  apprendo il contenuto ed il tono della vostra ultima, dopo aver passato con i coniugi P oltre un mese in grande concordia e sintonia di intenti e sentimenti.

Corre ora  l'obbligo di ricordare che si è trattato di una ospitalità da me loro offerta nella mia imbarcazione a fronte di una concordata partecipazione alle spese  (com'è chiaro dal contenuto del mio website, www.velanchio.it) per un viaggio, in partenza, previsto tra Atene e Corfù, attraverso la circumnavigazione del Peloponneso.

A questo punto se insistete nell'incomprensibile vostra richiesta, sarò costretto a procedere presso le sedi opportune alfine di ottenere il rimborso totale delle spese da me sostenute per la reale riparazione dei danni causati alla mia barca a vela dai coniugi P.  durante la loro permanenza a bordo.

Le riparazioni fatte in itinere non sono state eseguite  a regola d'arte, tanto che la navigazione si sta tuttora svolgendo ai limiti della sicurezza ed in un continuo stressante stato d'allerta.

Sarà mia cura quantificare dette spese dopo che avrò provveduto presso il mio cantiere di fiducia in Italia ad una riparazione sicura e definitiva. Verrà fornito un puntuale elenco dei danni e di tutte le spese sostenute.

A tale spese  saranno da aggiungere i danni morali per una navigazione non in totale sicurezza di un mese (risalita di tutto l'Adriatico fino a Trieste per un totale di 600 miglia), al fine di riportare l'imbarcazione nel suo porto di armamento. Viaggio che ho dovuto affrontare, oltretutto, con un equipaggio improvvisamente ridotto per l'abbandono dei coniugi P., comunicato il giorno prima, a proseguire il viaggio stesso, nonostante le ripetute rassicurazioni in tal senso.

Se c'è stato qualche disagio durante l'ospitalità offerta è stato determinato unicamente da causa di

forza maggiore (rottura della pala del timone della barca alle Sporadi), cui ho cercato di ovviare nel modo migliore possibile. Così, poichè  al loro arrivo ad Atene la barca era in riparazione in cantiere, gli ospiti hanno beneficiato di una camera per tre notti  in un hotel a mie spese; per alleviare poi il possibile disagio del fermo tecnico ad Elafonisos (una delle più belle spiaggie della Grecia) ed a Preveza (in una lussosa marina di un grosso centro cittadino con spiaggie ed un ricco sito archeologico) ho provveduto allo sgravio, a mio carico, praticamente di tutte le spese correnti degli ultimi giorni.

Pernottamenti in hotel ad Atene, parziale rimborso delle spese correnti per le giornate in cui la barca è stata forzatamente all'ormeggio (gratuito), prosecuzione del viaggio dopo Corfù, sono state le mie proposte, accettate dal sig. G P, a compensazione degli eventuali disagi che dovessero aver subito per la vicissitudine della rottura del timone (cui avreste peraltro più volte dichiarato di dover partecipare con simpatia ed empatia in quanto:"siamo sulla stessa barca")

Al di là di tutto sono sicuro d'aver onorato in pieno Il mio dovere di ospitalità, mettendo comunque ad esclusiva disposizione dei coniugi P., in pieno agosto e nella Grecia centrale, un'attrezzata imbarcazione  di 15 metri con il suo equipaggio al completo (skipper, aiuto/skipper e cuoca), per il compimento del viaggio programmato, nel rispetto dei tempi previsti.

 

BARCHE A VELA D'EPOCA


Alle moto ed alle  auto per essere considerate d'epoca bastano vent'anni , per le barche a vela almeno quaranta, per taluni cinquanta e solo per quelle rigorosamente in legno. 

Mentre per le moto e le auto esiste la rottamazione e lo sfascia carrozze , per le barche , soprattutto per quelle a vela, non esiste niente del genere, non si sa come  disfarsene. Ma il problema non sussiste perché i proprietari non vogliono disfarsene.

Se la barca in questione è una Costa Crociere, la sua demolizione viene contesa perché è un business  , non così per le barche a vela, perché,come ho detto, non le demoliranno mai. Ne ho conosciuti di questi proprietari, nei diversi continenti... perché , diventando io navigatore d'epoca ( da 40 anni socio della Società Nautica Pietas Julia) da un po' sto cercando barche che abbiano almeno quarant'anni.

La prima volta è stato nell'isola  Brava di Capoverde, dove facevo il medico volontario in un Ospedale dei Cappuccini. Ero  finalmente riuscito a convincerlo a vendermela  e pattuito il prezzo .Un venti metri di legno, auto costruito negli Stati Uniti dal  proprietario  che lì  si trovava, come emigrante , prima di tornare nelle sue isole come Parlamentare locale.Venni a sapere , dall'intermediario Padre Cappuccino , che poco prima della consegna   Il Parlamentare aveva portata la sua imbarcazione al largo e l'aveva fatta affondare.

Alle Canarie ci sono molte barche d'epoca abbandonate: ne ho viste sei a cui ero interessato. Non ho concluso niente . Nonostante i costi delle marine siano esorbitanti, i proprietari preferiscono pagare da anni e mantenerle inutilizzate : un modo per mantenere vivo un sogno  , quello di varcare l'oceano.

Altra trattativa andata inizialmente a buon fine avvenne con un altro isolano, questa volta della nostra Isola d'Ischia. Ma al momento di consegnarmi la barca, mi comunica che aveva cambiata idea: intendeva tenersela ed usarla come sua bara da far affondare al largo con il suo cadavere dentro.

Un'anziana vedova di Olbia(Sardegna) tiene da anni ormeggiato nel porto un lussuoso 55 piedi , in completo disarmo ed abbandono . Teoricamente è in vendita. Ma anche con me , come con i precedenti possibili acquirenti, la signora, al momento di firmare il contratto, alza smisuratamente il prezzo, rispetto a quello precedentemente convenuto, confessando che non se la  sente, di liberarsi di quella barca , come della memoria di suo marito. 

Storie di normali follie di vecchi e nuovi armatori.

 

AVVISI DI BURRASCA


Ponte ricco mi ci  ficco. Quello del ponte del 25 aprile di quest'anno doveva essere una ghiotta occasione per la prima uscita di stagione.

Siam partiti gasatissimi da Sistiana ed è stata, quella prima giornata, velisticamente molto fortunata. D'un soffio eravamo già a Pirano, tanto che prima d'entrare in porto ci siamo potuti permettere diversi gradevoli bordi.

La mattina dopo abbiamo assistito increduli ad un fuggi fuggi generale di tutte le barche . S'era sparsa la notizia (ed il panico conseguente) dell'approssimarsi della "bora scura". Il vicino  di barca, reduce dall'oceano, nel mollare gli ormeggi , ripeteva "la bora è come la droga, chi la conosce, la fugge".

Improvvisamente ci siamo trovati da soli nel porto, al primo rinforzo del refolo.

Non avevo nè sentito nè visto il meteo. D'abitudine io seguo il meteo dal Navtex che fino ad allora non avevo acceso perchè quello da Trieste non lo consideravo affidabile. Come non ho mai considerato affidabile il Meteomar Italiano , contrariamente a quello della Croazia ed ancor meglio quello della Grecia.

Comunque ci siamo goduti tutta la giornata un'insolita solitudine nel porto. Ormai  non potevamo più "scappare". Bisognava farlo, come l'avevano fatto tutti gli altri, di prima mattina, senza aspettare che la bora rinforzasse.

Nel programmare la giornata successiva ho dovuto alla fine cedere, verso sera, alle insistenze del mio equipaggio , più previdente e meno incosciente di me, che ha preteso d'accendere il VHF per ascoltare il meteomar  E fu subito terrore allo stato puro. Il tifone Medusa prima ed il tifone Medea dopo sarebbero arrivati sull'Adriatico Settentrionale, dove era prevista, nelle dodici ore successive, Burrasca forza otto. Saremmo stati bloccati in porto per la seconda giornata. Contagiato dal terrore trasmesso via etere sono entrato in panico anch'io. 

Un pescatore del posto, incuriosito dalla presenza di una sola barca (la nostra) nel suo porto, avvicinatosi in banchina "taca botton" con noi e ci comunica la sua teoria sulla bora.

" Tosi, aspettè doman matina . Ae sinque e mezo podè capir se partir o se star chi. Ze l'ora in cui la bora decide di pompar o de no pompar".

Così avrei fatto. Fisso la sveglia alle cinque e mezza. Vado a piedi a vedere com'è il mare ed il vento al di là del faro di Piran (Punta Madona).

Torno in barca e sentenzio. Ragazzi, si parte, affrontiamo pure la burrasca forza otto...

Puntiamo la prua decisa verso  Sistiana. Vele (ridotte) a segno ed un po' di motore . Siamo subito, e ci rimaniamo, sugli otto nodi e mezzo di velocità, nonostante il mare formato ed il vento sui venti nodi.

La bora da scura diventa chiara. Arriva un sole pieno. Le nubi si dileguano , come pure i paventati venti di burrasca. Arriviamo in un baleno nel nostro porto di armamento di Sistiana dopo  meno di due ore dalla partenza, pronti , verso le ore otto, alla prima colazione cui avevamo prima rinunciato.

Appena in tempo per assistere all'uscita dal porto delle barche che si sarebbero godute una tranquilla giornata festiva e di  "Liberazione" da ogni "terroristica" previsione meteo.

Noi, più che compiacersi  dello scampato pericolo, rimpiangevamo   d'essere tornati a casa con troppa precipitazione. 

Avevamo ascoltato la sera prima, non so se colpevolmente o...prudentemente,  gli "avvisi di burrasca".

 

 

 

I VELISTI

Dilettanti o professionisti?


È diventata una qualificazione molto generica, talora contraddittoria. È velista chi sul mare va a vela e non a motore. Semplice no?.

Ma c’è chi ha la barca di proprietà e chi no. La prende a noleggio o chi , pure pagando, s’imbarca alla cabina. Chi s’imbarca gratuitamente, chi con la partecipazione spesa, variamente intesa.

Poi ci sono i professionisti, chi con la barca ci campa, con il charter. Ed i super professionisti che vengono pagati per le attività agonistiche ...i grandi e titolati skipper delle regate.

Un mondo variopinto, poi ci siamo tutti noi che possiamo avere sperimentato, in momenti distinti, le diverse modalità d’imbarco

Devo confessare che talora mi trovo a disagio per essere confuso nei vari ruoli che posso aver rivestito, talora come armatore-skipper delle mie barche e talora come ospite di barche d’amici. Non ho mai pagato nessuno perché mi desse una mano nelle navigazioni crocieristiche ed anche nei trasferimenti di tutto riposo. E non ho mai voluto d’essere pagato come skipper, quale sono secondo la legislazione attuale.

Comunque chiarisco e concordo sempre prima dell’imbarco quello che è pur sempre un rapporto contrattuale in cui ci dev’essere uno scambio “alla pari” tra chi imbarca e chi viene imbarcato.






50aurea anni di Laurea


Dopo la Laurea, assolto il servizio di leva militare come Sottotenente dell’Areonautica al 1* Roc di Montevenda, ho conseguito due specialità, sempre a Padova, Neurologia e Psichiatria.

Ho iniziato subito a lavorare come Neuropsichiatra in un Ospedale della Provincia per due anni, poi per vent’anni all’Ospedale Psichiatrico di Gorizia come Primario e quindi come Direttore.

Tornato a Padova ho svolto il servizio come Primario/Direttore in Psichiatria all’Ospedale di Padova per altri 10 anni . Nel settembre del 2001, in contemporanea con gli avvenimenti dell’ 11 settembre, chiesi ed ottenni il pensionamento anticipato per dedicarmi, praticamente a tempo pieno, alla mia folle passione per la vela. Un amico mi aspettava infatti alle Canarie per la mia prima traversata Atlantica a vela fino ai Caraibi. 

Smisi l’attività come Psichiatra clinico per continuare quella di Psichiatra Forense, In Italia. All’estero e precisamente alle Isole di Capoverde ho continuato a prestare servizio come Medico volontario, ogni anno per un breve periodo,  in un Ospedale dei Frati Cappuccini. 

Iniziata la carriera come Areonauta, la sto concludendo come  Pensionauta folle, dal titolo del mio ultimo libro appena uscito (sottotitolo: Vent’anni di navigazione di uno Psichiatra)

P.S

Pubblicazioni

Un centinaio di articoli pubblicati su riviste italiane ed estere, cinque volumi monografici sulla mia disciplina ed ultimamente tre romanzi autobiografici dai titoli : Enigma cancro, Robadamatti, Il Pensionauta folle.

 
    Arrembaggio all’ormeggio e salvataggio miracoloso.

 

In mare aperto nei nostri mari non esiste il pericolo d’arrembaggio da parte di pirati del mare.

Esiste all’ormeggio. È da due anni che ne sono vittima, peraltro sempre in situazioni di grande tranquillità di vento e di mare.

L’affiancamento in porto da parte di imbarcazioni condotte da improvvisati marinai è il momento più pericoloso. Questi gentiluomini non sono mai pronti ad ammettere il loro errore di manovra né a riconoscerne i danni verso le imbarcazioni tranquillamente ormeggiate, per cui  l’esito assicurativo è molto problematico per chi ha subito danni alla propria imbarcazione.

Ora la stagione è in pieno svolgimento. La partenza quest’anno è stata più contrastata e ritardata del solito. Sembrava che tutto congiurasse per non farmi partire. Problemi della barca, problemi sanitari miei e dei miei famigliari. Alla fine sono partito, un po’ allo sbaraglio.

Certo è che il mio originario semestre sabbatico in vela, ultimamente s’è ristretto ad essere prima un quadrimestre, quest’anno addirittura solo un bimestre. 

La mia immagine di grande navigatore ha subito una vistosa smagliatura ed è.. definitivamente compromessa.

Questa “diminutio” è coincisa proprio con un anno di grandi onorificienze (40 anni di navigazione con il guidone della mia Società velica, 50 di Laurea, pubblicazione di un libro con le mie “gesta” marinare).

Quest’anno la navigazione, così com’è iniziata, prosegue all’insegna della massima improvvisazione. Necessariamente limitata al mare sotto casa, alla tanto vituperata ma anche tanto agognata Croazia.

Non mi sembra sia avvenuta la tanto temuta (od  auspicata) diserzione per via dell’imponente tassa d’ingresso introdotta l’anno scorso e quest’anno appena un pò ridimensionata. La Croazia, che faccia piacere o no, continua ad essere la meta usuale di chi tiene la barca in Adriatico, in ambedue i versanti.

Ed è così che anch’io mi son piazzato a metà dell’adriatico orientale (Spalato) per dar modo ad amici e parenti a raggiungermi ed imbarcarsi con me, il più facilmente possibile.

In un’isoletta sperduta con 40 abitanti ed un solo ristorante ci siamo rifugiati quella sera.

Il comandante allarmava l’equipaggio per un suo improvviso grave  malore. Attivata l’ emergenza Sanitaria, questa predisponeva immediatamente la disponibilità di un elicottero per il trasporto del malato da quell’isola al più vicino Ospedale. Quando già l’elicottero stava rullando in aeroporto per la partenza, avvenne qualcosa di miracoloso. I pochi abitanti dell’isola, allertati dal più attivo dei miei membri dell’equipaggio venivano a sapere del grave pericolo che correva un loro ospite appena arrivato in barca.Coralmente si attivavano alla ricerca dell’illustre cardiologo parigino che sapevano soggiornare proprio in quei giorni  come turista nella loro isola.

Me lo portavano  in barca, armato  della sua vistosa e sofisticata attrezzatura, in tempi da record con un loro mezzo di fortuna. Improvvisamente , dopo aver profferito queste parole “non so se arriverò a domattina”, mi vedo piombare in cabina il classico professionista sicuro di sé. “Bonne soir, je suis un cardiologue de Paris. Dite moi comment ca va?” Compreso subito il problema, avvisa di far spegnere i motori dell’elicottero che sapeva essere in partenza. “C’est pas grave” . Risolse il problema in dieci minuti: due spruzzatine sottolinguali di due magici prodotti mi restituì sereno all’equipaggio .

Come unica riconoscenza ha voluto una copia del mio ultimo libro, dichiarandosi pure lui appassionato velista.

Scopersi poi che il mio salvatore era veramente un illustre luminare della materia, direttore di una conosciuta clinica Cardiovascolare dell’Università di Parigi.

Riuscirò mai ad estinguere il mio debito alla dea fortuna?

 

La barca sui trampoli


Pardon, sull’invasatura. È il destino delle nostre barche che, per preservarle, d’inverno le mettiamo a riposare in un bel cantiere recintato. Le sentiamo più sicure e controllate. In primavera vi faremo o faremo fare “i lavori”.

 Anni addietro ero orgogliosamente dedito al “fai-da-te”, cioè da me. Ora pigramente incarico il “cantiere” a far tutto, in modo che la barca possa essere pronta per la prima uscita che classicamente avviene per Pasqua.

Forse...I lavori, programmati e concordati da cinque mesi, non sono ancora iniziati e la Pasqua s’avvicina. Ed i cantieri esercitano il “diritto di ritenzione” per cui finchè i lavori non son finiti e, se non sono finiti, non son pagati, tu sei ostaggio di chi detiene in secca la tua barca. 

Questa è la sofferenza di ogni armatore ad ogni inizio stagione. Quest’anno è particolarmente acuta per la tracotanza del capo cantiere di turno. Cosa pretendi, lui lavora e tu pensi a divertirti ed a trastullarti con la tua barchetta. Un po’ di rispetto per i poveri lavoratori. Eh diamine.

Eppure noi “poveri” armatori siamo quelli che fanno sí che l’Italia sia il maggior produttore mondiale di barche da diporto (in realtà soprattutto dei mega wacth a motore).

La nautica in Italia, quella popolare e non, è un settore tra i più bistrattati da burocrazia e fisco, tanto che migliaia di noi è costretto ad emigrare all’estero, anche solo in confinanti Paesi Comunitari più comprensivi, abbandonando, per sopravvivenza, l’amata bandiera patria.

La normativa italiana inerente la “sicurezza in mare” talora rasenta il ridicolo, se non rischiasse d’essere tragica. Tra le dotazioni sanitarie è prescritta la necessità di avere a bordo un kilogramma di cotone idrofilo il cui volume occupa un intero gavone dell’imbarcazione .Tale materiale da tempo è sconsigliato dai sanitari per il tamponamento di ogni ferita, perchè ...pericoloso. Pericolosa pure è un’altra prescrizione riguardante la cassetta di Pronto Soccorso da tenere in barca: quella dell’ambu, una misteriosa ( per chi non è del mestiere) maschera che si applica sulla bocca di un infortunato per facilitarne la respirazione. In mano a chi non sa  usarla, può soffocare un paziente, soprattutto se sprovvista della necessaria cannuccia (non prevista tra le dotazioni di “sicurezza”).

Fosse almeno obbligatorio un corso di formazione ad hoc per il marinaio d’alto bordo.

No. Viceversa corsi da tenersi solo a Roma, per il conseguimento di altrettanti “Patentini” sono previsti obbligatoriamente per l’uso di strumentazioni elettroniche automatiche per le quali basta premere un tasto rosso (il DSC).

Non disperiamo. E’ arrivata finalmente la tanto attesa pioggia a catinelle. Arriverà anche il sole.

 

NAufragar m’è dolce in questo mar


L’uomo è un naufrago dalla nascita. Pesce nel grembo materno, è l’unico mammifero che riesce a sopravvivere sulla terraferma, una volta spiaggiato alla nascita.

Un iniziale naufragio che prelude e che determina la vita.

Il marinaio sente il primordiale anelito a ritornare nell’infinito mare, come un ritorno al grembo materno. In francese la madre si chiama la  mère, il mare la mer.

Il naufragio sigla l’inizio della vita, ma ne può determinare la fine. Il naufragio può essere l’atto finale, il può temuto dal marinaio. Affrontare il mare comporta anche il rischio, sempre incombente, del naufragio. 

È il paradosso di chi va per mare:  si abbandona la sicura terraferma per un richiamo irresistibile verso un elemento, quello marino, da cui si proviene ma che ne può rappresentare anche la fine.

Prospettiva apocalittica connessa all’inconscio collettivo del navigante che ama...galleggiare allegramente tra la vita e la morte.

Navigando su una barca, soprattutto se a vela, ci si condanna ad un mezzo di trasporto il più scomodo ed instabile con la preoccupazione costante di aver sempre acqua sotto i piedi, né più né meno della preoccupazione del terricolo di aver terra sotto i piedi.

“Sempre il mare, uomo libero, amerai, perché il mare è il tuo specchio; tu contempli nell’infinito svolgersi dell’onda l’anima tua, e un abisso è il tuo spirito non meno amaro.

 Godi nel tuffarti in seno alla tua immagine” (Charles Baudelaire).

 
                                 
  











   Descrivo , nel dettaglio, crociere QUINCINALI-tipo  che si possono svolgere presso le Isole Ioniche(o Eptaneso) : una settimana Corfù-Cefalonia, l’altra  Cefalonia-Corfù :
     L’ imbarcazione a vela percorrerà le antiche rotte da Corfù a Cefalonia toccando Parga, Paxos ,Kithro, Atokos, Itaca:verdissime isole, a ridosso della costa occidentale della Grecia,che rappresentano un'ottima base per l'attività crocieristica oltre che per essere facilmente raggiungibili dall'Italia, sia in aereo che con i veloci traghetti da, Venezia, Ancona, Bari e Brindisi,anche e soprattutto perché offrono così tanti ancoraggi, scogli , insenature e ridossi da richiedere un anno intero per visitarli tutti.
 
                                                    IMBARCO E SBARCO
 
    CORFU (MARINA GOUVIA) Si può raggiungere la  base d'imbarco presso il Marina di Gouvia  in taxi, sia che si arrivi in nave direttamente al porto principale di Corfù (dista 5 Km circa) o che si arrivi in aereo all'aeroporto internazionale (dista 3 Km circa). E' possibile, ma non sicuro, che si possa trovare un ormeggio anche in centro città,  tanto vicino da poterlo raggiungere a piedi, se si arriva via mare. Esiste l'alternativa d'imbarcarsi nel bel paese di Plataria, sulla costa continentale, vicinissimo ad Igoumenizza (dove  pure arrivano tutti i traghetti dall'Italia).
   CEFALONIA ( PORTO SAMI ) Si può raggingere con i normali voli low cost dall'Italia,comunque da Atene. Ma la nostra barca sarà a pochi metri dal traghe